Comunque vada a finire la terribile invasione russa in Ucraina, possiamo trarne già una prima conclusione: in questa guerra anche i social sono entrati in partita.

Russia – Ucraina è la prima guerra raccontata dal basso, dai suoi stessi protagonisti, in tempo reale.

Ma la novità non sono foto, video e filmati di guerra circolanti in rete.

Ad essere inediti sono i numeri, il coinvolgimento, la viralità: solo per fare un esempio, su TikTok, i video con hashtag “Russia” e “Ukraine” hanno registrato in pochi giorni rispettivamente 48,9 miliardi e 22,5 miliardi di visualizzazioni.

Un fiume di contenuti che non si era mai visto prima.

I social media, oggi, sono un’arma contro il nemico.

I SOCIAL, L’ESERCITO DIGITALE DELL’UCRAINA

Se sul piano militare è la Russia a poter vantare la “potenza di fuoco” sicuramente più temibile e attrezzata, sul piano social, al contrario, è l’Ucraina a giocare in attacco.

 

Due i piani principali:

  • l’onda pacifista internazionale, nutrita da messaggi di pace, appelli e contributi di chiunque, dai leader politici e religiosi a persone famose e comuni;
  • l’attivismo di Zelensky. Aggiornamenti costanti – anche ogni ora, quando possibile – postati dagli account del Presidente ucraino in persona che gira in mimetica per le strade della città.
    Twitter, Instagram, Facebook, Telegram, Tik Tok. Un real time senza precedenti che sta inchiodando allo schermo del telefono i suoi 15 milioni di follower (solo su Instagram), in un susseguirsi di video, foto, storie e notizie, 24 ore su 24.
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Il profilo Twitter ufficiale del Paese, @Ukraine, ha acquisito in 2 giorni oltre 1 milione e mezzo di follower.  

E tra i tweet postati si alternano esortazioni alla resistenza, video di bombardamenti, messaggi di star mondiali, tutorial su come preparare le molotov in casa, come usare le armi e come caricare le munizioni.

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«Voi cittadini siete le nostre armi!», ha scritto il ministro della Difesa ucraino, incitando i suoi connazionali a postare su Facebook le immagini dell’invasione russa.

Ed è questa la differenza principale e sostanziale tra questa guerra – vissuta al tempo dei social network – e tutte quelle che l’hanno preceduta: un intero popolo armato di smartphone sta sfidando l’aggressore a colpi di post e testimonianze dirette dei massacri.

 

Filmati traballanti con attacchi missilistici in diretta, storie locali di coraggio che diventano leggende virali in tutto il mondo.

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Ed è ancora su Facebook che è comparso il post dell’ente ucraino per la gestione delle strade che invitava a smantellare i segnali stradali e costruire barricate di pneumatici in fiamme per disorientare i russi.

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Gli ucraini hanno utilizzato i social media per ferire, sminuire e umiliare i russi, cercando di aumentare lo spirito di resistenza dei cittadini e fiaccare il morale degli invasori.

Una vera e propria strategia di difesa che ha indebolito la propaganda di Mosca e spostato l’opinione pubblica mondiale dalla parte dell’Ucraina.

LA SITUAZIONE DEI SOCIAL IN RUSSIA

Il Cremlino, nel frattempo, tace. Anzi, di più: lavora per nascondere quello che viene pubblicato dal nemico, nel tentativo di controllare il dissenso interno.
Putin, nei video circolanti, è seduto al tavolo coi suoi. Rigido, serio, distante, anche fisicamente, dai suoi stessi compagni.
La sua è l’immagine di un uomo del passato, un leader fuori dal tempo che si esprime ancora attraverso le televisioni di Stato e una propaganda ingessata.
Categoricamente vietato l’uso di parole troppo drastiche, come “invasione” e “guerra”.
E i social?
Facebook e Twitter sono stati prima “limitati” e poi bloccati del tutto.
L’unico modo per utilizzarli è effettuare l’accesso da reti VPN, ovvero da reti cifrate, criptate.
E nonostante Mosca non abbia ancora alzato un muro definitivo come quello che già isola e controlla internet in Cina, l’attenzione delle autorità sulla rete è e resta altissima.

GLI UTENTI RACCONTANO LA GUERRA SU TRIPADVISOR

Come far arrivare, dunque, al popolo russo le reali notizie provenienti dal fronte?

Un’idea di come aggirare la censura di Mosca è venuta ad Anonymous, collettivo di attivisti e hacker internazionali, in cyber guerra contro la Russia. Ed è questa: andare su Google Maps o Tripadvisor (che fino a quel momento non erano bloccati) e lasciare “recensioni” sotto i profili di locali e ristoranti russi. Recensioni che in realtà sono notizie della guerra, informazioni sui bombardamenti e foto provenienti dal fronte.

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LA CYBER WAR – ANONYMOUS ACCERCHIA PUTIN

La presa di posizione di Anonymous non si è certo limitata a questo. Anzi.

In pochi giorni il collettivo ha bloccato centinaia di siti governativi russi, siti di banche, siti delle compagnie di gas e petrolio russe, parte del trasporto ferroviario. E ancora: è stato manomesso lo yacht di Vladimir Putin forzandone i dati di navigazione, sono stati pubblicati 40mila documenti segretissimi attribuiti all’Istituto di Sicurezza Nucleare di Mosca e al Ministero della Difesa.

Singolare anche l’attacco alle tv russe: gli hacker sono entrati nel sistema dei canali televisivi e, per ore, hanno trasmesso l’inno dell’Ucraina e i video di guerra al posto del normale palinsesto.

I BIG TECH - LA REAZIONE DEI COLOSSI DELLA RETE

You Tube, il 26 febbraio, ha bloccato la monetizzazione e la pubblicazione di annunci pubblicitari da alcuni canali gestiti dal Cremlino, tra cui Russia Today.  bloccato del tutto, poi, il 1 marzo a causa dei suoi ripetuti contenuti disinformativi.

Meta, il 27 febbraio, ha respinto su Instagram e Facebook un’operazione di disinformazione russa nei confronti dell’Ucraina che coinvolgeva 40 account e pagine.

Google Maps ha disabilitato il monitoraggio del traffico in tempo reale e l’indice di occupazione di attività commerciali e luoghi pubblici ucraini per proteggere la popolazione.

Twitter ha ridotto la visibilità dei contenuti pubblicati da Russia Today.

Il presidente di Microsoft Brad Smith ha annunciato la sospensione dei contenuti di Russia Today e Sputnik su MSN.com, rimuovendone le app di notizie anche dallo store di Windows.

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I GRANDI BRAND – LE MULTINAZIONALI IN RITIRATA

Apple ha sospeso la vendita di tutti i suoi prodotti in Russia. 

Ikea ha annunciato la sospensione di tutte le attività in Russia e Bielorussia e la donazione di circa 37 milioni di euro per aiutare le popolazioni in fuga dall’Ucraina.

Stessa decisione per H&M che, in questi giorni, ha ufficializzato lo stop alle vendite nel Paese (per importanza, il suo sesto mercato).

Netflix, invece, ha fatto sapere di aver sospeso tutti i suoi progetti futuri sulla Russia, tra i quali 4 serie originali russe in produzione.

Sospese le uscite nei cinema russi delle grandi produzioni americane Warner BrosDisney Sony.

Anche Lego ha interrotto i rapporti con Mosca. L’azienda danese famosa in tutto il mondo per i suoi mattoncini ha sospeso le consegne ai suoi 81 negozi in Russia.

Adidas sponsor tecnico della Nazionale russa, ha invece sospeso la sua partnership con la Federcalcio russa.

Mercedes, Ford, Bmw, Toyota e Volkswagen hanno fermato e chiuso gli stabilimenti in Russia fino a data da destinarsi. Honda e Mazda hanno stoppato le forniture di auto e pezzi di ricambio in Russia.

La compagnia di trasporti Dhl ha sospeso i servizi di consegna in Russia e Bielorussia. 

Shell, multinazionale petrolifera britannica, ha comunicato la fine della partnership con Gazprom, gigante del gas russo controllata dallo stato.

Anche Eni si è defilata da una partnership con Mosca. 

 

Pura solidarietà all’Ucraina? Certo che no.

 

A monte della ritirata dei grandi brand ci sono anche (in alcuni casi soprattutto) i gravi risvolti economici e produttivi che ne seguiranno.