Che ci azzecca il metaverso, di cui si sente tanto parlare, e il cambiamento di paradigma che un’azienda decide di intraprendere ad un certo punto della propria attività ventennale?

Cosa unisce queste due cose apparentemente distanti da tra loro?

Proviamo a capirlo, facendo un piccolo passo indietro e raccontando la storia di una piccola agenzia di comunicazione che, vent’anni fa, nasce con un progetto innovativo nella sperduta provincia dell’Italia meridionale.

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È luglio, un mese caldo soprattutto al Sud; in una strada semi periferica, le persone, stranite, si fermano a guardare un vecchissimo Fiat Tigrotto, arrugginito e identico, nella mole, al proprietario, un famoso “rigattiere” che raccoglie il ferro vecchio nel paese.

L’autocarro (o quello che ne rimane) è parcheggiato al centro della carreggiata ma quello che più sorprende è il TV color posizionato sul cassone che trasmette in loop spot pubblicitari in VHS provenienti da tutto il mondo.

Si vedono immagini nuove, lingue straniere, spot e brand mai sentiti prima.

Intorno al camion, ci sono parecchi ragazzi, alcuni molto strani, pieni di orecchini e tatuaggi (oggi la norma) ma che nel 2001 facevano rumore, soprattutto perché sono gli anni dei No Global, di Naomi Klein e del suo best seller No Logo e di un movimento politico-culturale che sovvertiva l’ordine precostituito. E l’establishment, in quel momento e in quella strada, era composto dalle signore anziane che nelle serate d’estate mettevano fuori le sedie per godersi la frescura. Quel giorno, invece, il loro rito quotidiano era disturbato da un vecchio camion sporco, puzzolente e con sopra una TV accesa che a tutto volume faceva da contorno a “giovini” con cocktail in mano che festeggiavano, cosa poi, non si capiva.

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Beh, quei ragazzi erano lì perché il 14 luglio 2001 apriva in via Torino a Parabita, OFFICINA – COMUNICAZIONE & MARKETING, una piccola agenzia di pubblicità che iniziava, fin da subito, a fare qualcosa di nuovo per ottenere qualcosa di diverso: l’autocarro con sopra la TV era il simbolo della fusione tra il mondo analogico e digitale, tra la tradizione e l’innovazione, tra il settore artigiano e quello industriale. Il camion è stato “il modo” diverso per dire che era nata una nuova azienda, senza parroco e sindaco che tagliavano il nastro ma con una collezione di spot che mettevano in evidenza la necessità di aprirsi al mondo con una nuova mentalità glocal.

Una sfida alla modernità e ai grossi big della comunicazione che partiva da un piccolo paesino in cui la pubblicità era associata alla macchina col megafono che annunciava, a turno, i comizi elettorali e gli orari della disinfestazione, in un’epoca in cui internet era ancora ai primi timidi passi.

 

Non c’erano email, WeTransfer o server repository: per stampare un manifesto si dovevano caricare i file sorgenti di Freehand o di Xpress su mega floppy disk chiamati ZIP, corredati da font, immagini e bitmap.

I PDF non esistevano, così come ancora non c’erano chiavette USB. Una volta caricati i file su questi mega dischetti, dovevi portarli al service di prestampa, che puzzava di acidi e in cui, nell’attesa che dalla fotounità uscissero le pellicole delle separazioni dei colori, si cercava di carpire informazioni, novità e tendenze del mercato. Quei service erano i luoghi in cui si ritrovavano gli attori della pubblicità e funzionavano da “community space” per lo scambio di nozioni tecniche e tendenze.

Una volta prese le pellicole potevi finalmente portarle in tipografia per stampare i manifesti 70×100, visti come il vero must della pubblicità cartacea e ora relegati ai margini dell’arredo urbano.

Poi arrivano i modem analogici a 56K con il loro rumore atipico durante la connessione. I computer iniziano ad avere i masterizzatori, il formato PDF esce allo scoperto, arriva Google e si sperimentano le prime comunicazioni via email. La stampa conosce la grande innovazione del digitale: le città iniziano ad essere invase da grandi plance di 18mq che incarnano i sogni di tutti i pubblicitari: un mega-super-formato in cui poter finalmente esprimere tutta la propria creatività e urlarla al mondo, mentre i brand si strofinano le mani perché intuiscono che inizia per loro un nuovo periodo d’oro dopo quello degli anni ’80.

Internet inizia ad entrare nelle case, i telefonini si collegano alla rete e i siti pubblicati toccano il miliardo.

Steve Jobs

Il resto è storia recente: gli smartphone, i social, internet delle cose, Alexa e i wearable. Un ventennio che vale un secolo, con una transizione tecnologica che contemplava solo due possibilità: o quella di rimanere dinosauri ed estinguersi o quella di trasformarsi in camaleonti per accompagnare il cambiamento e continuare ad esistere.

Officina cm è riuscita a trapassare questo periodo, forte di una vision e di una mission che poneva l’accento sulla necessità di adeguarsi al contesto esterno ma soprattutto perché ha saputo mettere a reddito la ricchezza che scaturisce dal confronto e dall’incontro con le persone.

Nonostante periodi difficili e complicati, i rapporti umani ed empatici con fornitori, collaboratori, clienti, imprenditori ci hanno permesso (eh si, ora passiamo al noi) di superare le tantissime sfide quotidiane che ci siamo trovati ad affrontare e nell’anno del giro di boa dei venti anni, si è deciso di cambiare ulteriormente.

metaverso facebook zuckerberg avatar

Ed è qui che il nostro cammino incontra il metaverso: Zuckerberg nel suo discorso di presentazione del rebranding e di Meta dice “Siamo all’inizio di un nuovo capitolo per Internet, ed è anche un nuovo capitolo per la nostra azienda”.

 

E la stessa cosa vale per noi di Officina cm, che a settembre abbiamo iniziato un percorso che ci ha portati ad aggiornare la vision, la mission e i valori aziendali, per continuare ad essere protagonisti del cambiamento e a dare sempre più forza al concetto che ci ha portati fino a qua: per fare qualcosa di diverso bisogna fare qualcosa di nuovo!


E quello che ci aspetta è un mondo in cui il metaverso la farà da padrone, perché “Nel metaverso, sarai in grado di fare quasi tutto ciò che puoi immaginare – riunirti con amici e familiari, lavorare, imparare, giocare, fare acquisti, creare – così come esperienze completamente nuove che non si adattano a come pensiamo ai computer o ai telefoni oggi. […]

 

In questo futuro, sarai in grado di teletrasportarti istantaneamente come un ologramma per essere in ufficio senza dover prendere un treno-pendolari, a un concerto con gli amici o nel salotto dei tuoi genitori. Questo aprirà più opportunità, indipendentemente da dove vivi. Sarai in grado di dedicare più tempo a ciò che conta per te, ridurre il tempo nel traffico e ridurre il tuo impatto in termini di emissioni di C02.

 

Pensa a quante cose fisiche hai oggi che potrebbero essere solo ologrammi in futuro. La tua TV, la tua configurazione di lavoro con più monitor, i tuoi giochi da tavolo e altro ancora: invece di cose fisiche assemblate nelle fabbriche, saranno ologrammi progettati da creatori di tutto il mondo”. *

Noi di Officina cm vogliamo essere attori principali di questo nuovo mondo, per creare valore condiviso e migliorare, nel nostro piccolo, il futuro nel quale vivranno i nostri figli, convinti che “la [buona] comunicazione conduce alla pace, così come l’incomunicabilità porta alla guerra”.**

Tommaso D’Antico

 

* Estratto dalla “LETTERA AI FOUNDERS 2021” con cui Zuckerberg presenta il progetto Meta

** Jacques Séguélà